Carlo Liviero nasce a Vicenza il 29 maggio 1866, primo di quattro figli.
Il padre, Paolo Liviero, lavora nella ferrovia e viene trasferito a Monselice (PD) quando il piccolo Carlo ha solo quattro anni.
A scuola si distingue per la sua brillante intelligenza, e, dopo le classi elementari, frequenta il Ginnasio privato a Monselice. Entra nel seminario di Padova e nel 1888 viene consacrato sacerdote.

Parroco a Gallio (VI), paese nell’altopiano dei Sette Comuni, poi ad Agna nella bassa pianura padana, si preoccupa del bene spirituale e materiale del suo popolo.
Dà vita a opere di ampio respiro, mettendo al servizio del Regno di Dio le sue eccellenti doti umane e spirituali per sollevare da ogni tipo di miseria il gregge a lui affidato. Svolge un’instancabile opera di promozione umana e cristiana a favore di tutte le categorie di persone, riuscendo a trasformare radicalmente la comunità parrocchiale in cui opera.
Nominato Vescovo di Città di Castello il 6 gennaio 1910 dal Sommo Pontefice San Pio X, farà il suo ingresso in Diocesi il 28 giugno seguente.
Mons. Carlo Liviero intende la vita come un dono dell’amore di Dio, e l’essere inviato a Città di Castello come un misterioso disegno della Provvidenza.
“Vengo a voi senz’altro appoggio che l’aiuto di Dio, e della vostra buona volontà …” (1ª Lettera Pastorale).

Due saranno i suoi obiettivi principali: insegnare ad amare Cristo e soccorrere ogni miseria. “La nostra missione è questa: condurre le anime a Cristo … i fanciulli, i poveri, gli operai …ecco la parte più importante della messe ...” (1ª Lettera Pastorale).
Per realizzare questa missione usa ogni mezzo possibile: la parola, la stampa, l’associazionismo cattolico, le opere sociali.
È presente ogni giorno in cattedrale per fare catechesi, celebrare l’Eucaristia, riconciliare le anime con Dio nel confessionale. Combatte l’errore, ma accoglie con paterna tenerezza ogni persona caduta nell’errore o nel peccato.
Fonda il settimanale diocesano “Voce di Popolo” e, per poter comunicare con tutti sacerdoti, un “Bollettino Diocesano”.
Cura la catechesi per ogni età e condizione sociale. Con l’esempio e la parola induce i sacerdoti a essere attenti ai bisogni spirituali e materiali del popolo, misericordiosi con quelli che sbagliano e attivi nel combattere ogni forma di povertà sociale e individuale.
“Portare lo spirito cristiano nelle famiglie”, quindi nella società, è uno dei principali scopi del suo apostolato. Per questo è attento alla formazione spirituale dei giovani e delle giovani della Diocesi: “Prepariamo, o cristiani, le coscienze del domani, formiamo i giovani coll’impartir loro una soda educazione religiosa…” (Lettera Pastorale del 1921); “A noi non resta che la gioventù, che è ancora capace di salutari impressioni e di slanci generosi” (agosto 1920).

Riconosce il valore educativo insostituibile della famiglia: “La prima scuola è quella della famiglia, dove i figli apprendono le norme su cui regolare la loro vita…” (aprile 1919).  
La sua grandezza è legata anche alle numerose opere sociali: apre una scuola elementare cattolica (1910), una tipografia cattolica (1912), una libreria cattolica (1919), sostiene una biblioteca circolante. Adatta dapprima una sala per le proiezioni dei film (1912), in seguito apre un vero cinema (1931), e quando la guerra semina lutti anche nella sua diocesi, dà vita alla più grande delle sue opere: un Ospizio per “gli orfani e i derelitti” vittime innocenti del conflitto (1915).
Per assisterli attua un suo precedente progetto, dando vita a una Congregazione di suore che “si dedichino a tutte le opere di cristiana carità”: le Piccole Ancelle del Sacro Cuore. Nella povertà e nel disagio che seguono alla guerra, apre, sulla spiaggia di Pesaro, una colonia marina (1925) per i bambini “scrofolosi e rachitici” della Diocesi.
Una caratteristica peculiare di Mons. Liviero è l’attrazione che prova per il Cuore di Cristo, in quanto simbolo dell’Amore divino: al Sacro Cuore di Gesù dedica infatti tutte le sue opere.

Il 24 giugno 1932, in un incidente stradale, viene ferito gravemente, e muore il 7 luglio all’ospedale di Fano.
Il popolo lo piange come si piange la perdita di un padre, di un padre che ha dato tutto per i figli.
Muore povero com’era vissuto
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